È meglio comprare abbigliamento usato, nuovo o riciclato? Se la tua scelta è orientata al minimo impatto ambientale, allora la risposta è comprare abbigliamento usato. La convenienza, infatti, non è solo economica, ma c’è anche un enorme risparmio ambientale.

A certificare la miglior scelta dell’usato ci ha pensato uno studio di EuRIC, la Federazione Europea delle Industrie di Riciclo. Il risultato, infatti, nasce dal confronto dell’impatto ambientale nella gestione del ciclo di vita del tessile post-consumo rispetto al nuovo e al tessuto riciclato.

3 chili di gas serra evitati comprando un indumento usato rispetto al nuovo

L’analisi dimostra che un capo di abbigliamento di seconda mano ha un impatto ambientale 70 volte inferiore rispetto alla produzione di un capo equivalente.

Nello specifico, acquistare usato invece che nuovo si risparmiano per ogni articolo ben 3 chili di anidride carbonica (CO2). Significa evitare l’immissione di ulteriori gas serra in atmosfera, un’ottima scelta contro il cambiamento climatico.

Il settore del fashion, infatti, è responsabile del 4% delle emissioni globali che stanno sconvolgendo il clima. In pratica quanto la Francia, il Regno Unito e la Germania messi insieme.

Inoltre, considera che circa il 70% delle emissioni di gas serra proviene dalle fasi iniziali necessarie per realizzare un prodotto: la produzione della fibra, la preparazione e i processi di lavorazione del filato. Il riuso, quindi, evita la produzione di nuova materia prima e, di conseguenza, le emissioni serra sono eliminate alla radice.

L’impatto ambientale dell’usato è essenzialmente legato al trasporto, dal punto di raccolta alla vendita. Il che è del tutto trascurabile, anche sulle lunghe distanze, rispetto all’impatto ambientale di un nuovo capo di abbigliamento.

Oltre alle emissioni serra evitate c’è anche un enorme risparmio di acqua. Infatti, il consumo di acqua di un capo usato è solo dello 0,01% rispetto al nuovo.

L’usato vince se sostituisce un nuovo indumento

In particolare, il report ha confrontato l’impatto del riuso di una t-shirt indossata 52 volte rispetto a una nuova realizzata in 3 tipologie di tessuto:

  • 100% cotone
  • polycotton – una fibra che mischia cotone e poliestere
  • 100% poliestere.

Tutte e tre le magliette sono state prodotte in Asia (da dove arriva la stragrande maggioranza della produzione di tessile e abbigliamento) e vendute rispettivamente in Europa, Africa sub-sahariana e Pakistan. L’analisi conferma che l‘impatto ambientale del riutilizzo è significativamente più basso della produzione di nuovi capi in tutte e tre le tipologie di tessuto.

E se la maglietta fosse stata indossata meno di 52 volte? Il divario sul nuovo si ridurrebbe leggermente e sarebbe comunque vincente.

La conclusione è simile anche confrontando il riutilizzo con la produzione di nuovi capi utilizzando fibre riciclate.

Tuttavia, il vero vantaggio dell’usato è quando effettivamente va a sostituire l’acquisto di un nuovo capo di abbigliamento. Altrimenti, il gioco non vale la candela.

Dove vanno a finire gli abiti usati?

Ancora oggi in Europa circa il 62% degli indumenti e dei tessuti usati finisce nei rifiuti dell’indifferenziato domestico, significa che o vengono inceneriti oppure finiscono in discarica. Davvero uno spreco enorme.

Cosa succede, invece, al tessile e abbigliamento usato raccolto? Nel 2019 sono stati immessi sul mercato dell’Ue circa 5,4 milioni di tonnellate di prodotti tessili. Ogni anno vengono raccolti separatamente da 1,7 e 2,1 milioni di tonnellate destinate principalmente al riuso. Questa cifra al 2025 e oltre dovrebbe salire man mano che i paesi metteranno a regime la raccolta differenziata dei rifiuti tessili. Infatti, dovrebbe arrivare a 9 milioni di tonnellate raccolte al 2030, significa circa 20 kg di materiale tessile a testa.

Solo il 5% degli indumenti usati è considerato di qualità

Oggi tra il 50% e il 75% dei tessuti raccolti separatamente viene riutilizzato, 10-30% viene riciclato e il restante viene utilizzato per il recupero energetico o collocato in discarica. Nella raccolta c’è un solo un 5% di tessuti considerati di qualità che vengono venduti nell’Europa occidentale.

I tessuti di seconda scelta, invece, vengono esportati in Europa orientale e Medio Oriente, mentre le qualità più basse finiscono nei mercati asiatici.  

C’è poi anche un altra categoria chiamata “mix tropical” fatta di indumenti leggeri spesso venduti nei mercati dell’Africa subsahariana. Purtroppo, è proprio in Africa e in Asia che si concentrano le più grandi discariche al mondo di abiti usati, a causa principalmente della scarsa qualità di quanto esportato.

Infatti, il report raccomanda l’esportazione di abiti usati solo se corrispondono alle esigenze di riuso del Paese che li riceve. Se, invece, la destinazione è la discarica a cielo aperto o l’incenerimento, meglio riciclare questi indumenti in Europa preferendo il riciclo meccanico che è meno impattante rispetto a quello chimico.

Ecodesign e riciclo da fibra a fibra prima di tutto

Lo studio fornisce alcune linee guida riguardo il tessile post-consumo. In particolare, sulla necessità di migliorare i sistemi di selezione e investire sulle tecnologie dedicate al riciclo da fibra a fibra in Europa e nel resto del mondo.

Infine è essenziale puntare sull’ecodesign in modo da creare prodotti di qualità capaci di durare nel tempo. Questo consentirebbe un maggior utilizzo e favorirebbe il riuso nel mercato di seconda mano.

La scelta sostenibile per te

Quindi se stai pensando di comprare qualcosa di nuovo, magari made in Cina o in altro Paese asiatico, valuta la possibilità di acquistare un indumento usato.

Ma, a parte tutto, chiediti sempre se ne hai davvero bisogno. Questa è la scelta più sostenibile che puoi fare.

Foto di Arina Krasnikov

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