Ancora un’altra inchiesta sul colosso cinese dell’ultra-fast fashion Shein. Stavolta non riguarda lo sfruttamento del lavoro nelle fabbriche, ma l’uso di sostanze pericolose per la salute e per l’ambiente a dosi superiori rispetto ai limiti di legge in vigore nell’Unione europea.

La scoperta arriva da Greenpeace con il report “Taking the Shine off SHEIN: A business model based on hazardous chemicals and environmental destruction”.

Questa è la seconda inchiesta in poco tempo che riguarda la condotta del brand cinese dell’ultra fast fashion. Non è una congiura. Visto che Shein mette online fino a 9.000 modelli al giorno a prezzi stracciati e con tempi di produzione ridottissimi, qualche domanda sull’impatto della sua attività sorge spontanea. O no?

Di conseguenza, Greenpeace Germania ha indagato per sapere se a questa produzione forsennata corrispondesse, magari, una scarsa attenzione all’impiego di sostanze chimiche pericolose nelle filiere produttive di Shein. 

Così, l’Organizzazione ambientalista ha acquistato 42 articoli dai siti Web di Shein in Austria, Germania, Italia, Spagna e Svizzera e 5 articoli da un negozio a Monaco durante l’Oktoberfest.

Dopodiché li ha inviati a un laboratorio indipendente per le analisi sulla presenza di una serie di sostanze chimiche (composti organici volatili, alchilfenoli etossilati, formaldeide, ftalati, PFAS, metalli pesanti etc) .

Fuori legge il 15% dei prodotti analizzati

Le analisi di laboratorio sono state fatte su abiti e calzature per uomo, donna, bambino e neonato. Il primo dato è che il 96% dei prodotti analizzati contenevano almeno una sostanza chimica pericolosa.

Per i prodotti venduti in Europa, il regolamento REACH (dall’acronimo Registration, Evaluation, Authorisation of Chemicals) identifica i valori limite su una serie di sostanze chimiche pericolose nei capi di abbigliamento, negli accessori e nelle scarpe.

Ebbene, dei 47 prodotti sottoposti ad analisi, 7 (circa il 15% totale) contenevano sostanze chimiche pericolose superiori ai livelli stabiliti dalle normative comunitarie.

Tutti e 7 i prodotti sono stati realizzati interamente o in parte con materiali sintetici derivanti dalla raffinazione dei combustibili fossili: 6 dei 7 erano stivali o scarpe.

In altri 15 prodotti (32%) le concentrazioni di sostanze chimiche pericolose si sono attestate a livelli comunque preoccupanti.

Insomma, i risultati dimostrano che Shein vende in Europa prodotti pieni di sostanze chimiche pericolose. Alcuni con valori di contaminazione altamente superiori rispetto ai limiti di legge nell’Ue e pertanto illegali. Ciò si traduce in potenziali impatti anche sulla salute dei consumatori.

I superamenti delle sostanze pericolose dei prodotti Shein

L’uso di sostanze pericolose ampiamente oltre i limiti di legge è stato trovato anche su un tutù da bambina con livelli di formaldeide superiori di quasi 4 volte. Ecco tutti i risultati nello specifico.

  • Livelli molto elevati di ftalati sono stati trovati in 5 stivali o scarpe, con concentrazioni superiori a 100.000 mg/kg, rispetto al requisito del regolamento REACH dell’Ue (inferiore a 1.000 mg/kg).
  • Il livello più alto di ftalati è stato riscontrato in alcuni stivali da neve neri acquistati in Svizzera, con 685.000 mg/kg di DEHP (un composto appartenente al gruppo degli ftalati). 
  • La formaldeide è stata trovata nel tutù colorato per bambina, in quantità pari a 130 mg/kg nel tulle viola e 40 mg/kg in un cinturino verde (entrambi superiori al valore soglia identificato dal REACH pari a 30 mg/kg).
  • Il rilascio di nichel al di sopra dei requisiti REACH (0,5 μg/cm2 /settimana) è stato riscontrato in un paio di stivali rossi acquistati in Spagna (1,5 μg/cm2 /settimana).

Plastica e sostanze chimiche pericolose: il modello Shein

«L’uso di sostanze chimiche pericolose è alla base del modello di business di Shein, con alcuni prodotti illegali che stanno invadendo i mercati europei. Chi paga il prezzo più alto della dipendenza chimica di Shein sono i lavoratori che operano nelle filiere produttive del colosso cinese e sono esposti a seri rischi sanitari. Ma anche le popolazioni che vivono in prossimità dei siti produttivi sono a rischio», spiega Giuseppe Ungherese, responsabile campagna inquinamento di Greenpeace Italia.

 «Il fast fashion, per via dei suoi notevoli impatti ambientali – prosegue – è da considerarsi incompatibile con un futuro rispettoso del pianeta e dei suoi abitanti. L’ultra-fast fashion addirittura aggrava gli impatti del settore e accelera la catastrofe climatica e ambientale. Per questo, deve essere fermato subito».

I prodotti Shein sono per lo più realizzati in plastica. Quasi il 60% dell’abbigliamento femminile Shein è in poliestere e altri materiali derivati dal petrolio come nylon, acrilico, poliuretano (PU) o elastan. L’industria della moda consuma già tanto petrolio ogni anno quanto l’intera Spagna.

Perché è importante ripulire il settore moda dalle sostanze chimiche

Sin dal 2011 la campagna Detox di Greenpeace ha rivelato l’uso diffuso di sostanze chimiche pericolose come nonilfenoli, ftalati e PFAS (composti perfluoroalchilici) nelle filiere produttive tessili.

Molte di queste sostanze chimiche non si decompongono, ma si accumulano nell’ambiente e negli organismi e lasciano un’eredità tossica per le generazioni future.

In più, i prodotti chimici non rimangono solo nelle aree produttive, ma si propagano ovunque. Sostanze chimiche persistenti, usate anche nel settore tessile-moda, sono state trovate in tutto il mondo, dalle calotte polari alle regioni montuose remote, fino alle profondità marine.

Ci sono aziende del settore tessile e moda che stanno ripulendo le proprie filiere produttive per affrontare il problema dell’inquinamento delle acque attraverso l’eliminazione delle sostanze chimiche pericolose.

Tutti i marchi che hanno adottato gli standard della campagna Detox, compresi i giganti del fast fashion come Zara e H&M, hanno prodotto effetti positivi anche sulla trasparenza delle filiere. «Tuttavia, questi marchi, con il loro modello di business tipico del fast fashion non circolare non potranno mai essere sostenibili», è scritto nel report.

No al fast fashion: meno abiti e più qualità

«Greenpeace chiede all’Unione Europea di applicare le leggi vigenti sulle sostanze chimiche pericolose, un requisito fondamentale per lo sviluppo di una vera economia circolare, e di attivarsi per eliminare il fast fashion, come peraltro indicato nella strategia europea sul tessile», continua Ungherese.

«È inoltre necessario intervenire sullo sfruttamento della manodopera, sulle gravi conseguenze ambientali nelle fasi produttive e, infine, sulla gestione dei rifiuti a fine vita. Tutti questi aspetti devono essere affrontati urgentemente con un trattato globale e un approccio simile a quello attualmente in discussione sulla plastica».

Le direttrici da seguire sono produrre meno abiti e di migliore qualità, con cicli di vita più lunghi e progettati per essere riparabili e realmente riciclabili.

Questo è quello che dovranno fare le aziende. Ma ognuno di noi ad ogni acquisto decide il mondo che vuole per sé e per chi verrà dopo.

C’è un solo modo per abbassare la produzione di abiti schizzata a oltre 100 miliardi di indumenti all’anno: comprare meno e scegliere, secondo le proprie possibilità, la qualità.

Senza contare l’immensa risorsa alla portata di tutti dell’abbigliamento vintage e di seconda mano.

Foto di apertura: © Kay Michalak / Greenpeace

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