Altro che ridurre. Nell’industria della moda le emissioni serra responsabili del cambiamento climatico sono in aumento. E già, tra tessuti sintetici al petrolio e produzioni delocalizzate in fabbriche alimentate a carbone, il risultato non potrebbe essere diverso.

Così, anche se i principali marchi globali della moda hanno preso impegni ben precisi per ridurre le emissioni serra che stanno sconvolgendo il clima e creando disastri di ogni tipo, i risultati nella pratica sono negativi.

A scattare la fotografia ci ha pensato ancora una volta Stand.earth, organizzazione internazionale per la difesa dell’ambiente, con il nuovo report sulle “Emissioni nella catena di approvvigionamento della moda” 2022 . L’indagine aggiornata, rispetto a un anno fa, arriva proprio in occasione della COP27 a Sharm El-Sheik che riunisce per la 27a volta i 197 paesi firmatari della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici.  

Contro il cambiamento climatico i principali marchi prendono impegni ma non li rispettano

Come anticipato, il Report traccia un quadro desolante. Eppure si tratta di marchi che hanno firmato la Carta per l’Azione Climatica dell’Industria della Moda promossa dalle Nazioni Unite. In più, alla COP26 dello scorso anno, la Carta ha alzato l’asticella, cioè dimezzare le emissioni serra entro il 2030. Solo così l’industria della moda può contribuire a limitare il riscaldamento climatico a +1,5°C rispetto ai livelli preindustriali, secondo l’accordo di Parigi sul clima del 2015.

Oggi il riscaldamento globale ha toccato già quota +1°C, manca solo mezzo grado per non superare il limite indicato dagli scienziati del clima. Ecco perché ognuno deve fare la sua parte: Paesi, industrie, cittadini. Tutti.

Le infografiche dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) spiegano bene perché è necessario non superare l’aumento della temperatura media globale di 1,5°C.

Per tornare all’industria della moda, gli impegni di riduzione delle emissioni serra riguardano tutta la catena di fornitura, dalla produzione della materia prima al prodotto finito. Infatti, è proprio lungo la catena di approvvigionamento che avviene il grosso delle emissioni climatiche stimate a oltre il 70%.

Per ridurre della metà le emissioni di gas serra entro il 2030 è essenziale, quindi, che i marchi abbandonino gradualmente l’impiego del carbone utilizzato nelle loro catene di approvvigionamento.

Quanti marchi dimezzeranno le emissioni serra al 2030? per ora solo 1: Levi’s

Nel nuovo report Stand.earth ha analizzato l’andamento delle emissioni serra nella catena di fornitura dei principali marchi di moda che hanno siglato la Carta delle Nazioni Unite.

Ebbene, delle dieci società valutate, American Eagle Outfitters, Fast Retailing (UNIQLO), Gap Inc. Gap, Old Navy), H&M, Inditex (Zara), Kering (Gucci, Balenciaga), Lululemon, Levi Strauss & Co., Nike, VF Corp), solo una, Levi’s, dovrebbe riuscire a ridurre le proprie emissioni nella catena di approvvigionamento del 55% rispetto ai livelli del 2018.

Emissioni in discesa anche per VF Corp (Supreme, North Face, Timberland, Vans), per tutti gli altri marchi le emissioni nelle loro catene di fornitura sono aumentate.

Non solo, tre marchi hanno registrato un aumento delle emissioni climatiche a doppia cifra: American Eagle del 14,61%, Kering del 13,66% e lululemon addirittura del 62,97%.

Tanto per dare un quantitativo, nel 2021 le emissioni dei fornitori di per Nike e Inditex (Zara) hanno raggiunto quasi 10 milioni di tonnellate di CO2 equivalenti, il che corrisponde a oltre 2 milioni di auto a gas in circolazione per ciascun marchio.

Segnali di progresso? Levi Strauss & Co. e VF Corp

Nonostante tutto, qualche segnale di progresso c’è. Come detto, Levi’s e VF Corp (Supreme, North Face, Timberland, Vans) stanno mostrando una traiettoria di emissioni al ribasso costante, sebbene solo Levi’s dovrebbe raggiungere l’obiettivo di riduzione del 55% al 2030.

Inoltre, mentre tutti e 10 i marchi valutati hanno fissato o raggiunto obiettivi di energia rinnovabile al 100% per i loro negozi e magazzini, finora solo Kering (Gucci, Balenciaga) e H&M puntano a una catena di approvvigionamento alimentata solo da fonti rinnovabili.

"I dati parlano chiaro, i principali marchi di moda devono fare un passo avanti e fare di più per ridurre le proprie emissioni di carbonio. Alla COP26 tutti questi marchi hanno aumentato il loro impegno nell'ambito della Carta della moda delle Nazioni Unite, promettendo di dimezzare le proprie emissioni entro il 2030. Eppure, nonostante alcuni piccoli segni di progresso, la maggior parte non sta solo fallendo, ma sta effettivamente peggiorando", afferma Rachel Kitchin, attivista per il clima di Stand.earth. 

I combustibili fossili – si sottolinea nel Report – non hanno posto in un mondo in rapido riscaldamento climatico, e certamente nessun posto nei nostri armadi. I marchi di moda devono muoversi per decarbonizzare rapidamente la loro catena di approvvigionamento impegnandosi a utilizzare il 100% di energia rinnovabile per le loro catene di fornitura. I combustibili fossili vanno eliminati sia come fonte di energia e che come materia prima per la produzione di tessuti.

L’indagine di Good On You: su 40 marchi di moda a maggior profitto nessuno riceve il giudizio “ottimo”.

Oltre allo studio di Stand.earth, in questi giorni è uscita anche l’indagine di Good On You, piattaforma di rating che misura la sostenibilità dei brand di moda. In questo caso, i brand analizzati sulle perfomance ambientali, e non solo climatiche, sono stati 4.000.

Nonostante alcuni passi in avanti la situazione è ancora sconfortante. È lo è ancora di più per i 40 marchi globali con maggior profitti. Intanto, nessuno raggiunge il giudizio “ottimo” riguardo alle politiche ambientali, tanto che il 70% riceve un giudizio “da evitare” o non “abbastanza buono”.

Allargando ancora lo sguardo sui principale marchi di moda, solo il 21% ha adottato misure di riduzione dei gas serra basate su metodi scientifici. Sarà per questo che è proprio sugli impegni climatici si nasconde la maggior parte dei messaggi fasulli o, per essere più gentili “creativi” sugli impegni e riduzione dei gas serra.

Insomma, quando si tratta di lotta al cambiamento climatico il greenwashing regna sovrano.

Quanto impatta la moda sul cambiamento climatico?

Il report più recente sulle emissioni globali dell’industria della moda èFashion on climate“ di McKinsey. Secondo questo studio nel 2018 l’industria dell’abbigliamento è stata responsabile del 4% delle emissioni globali, circa 2,1 miliardi di tonnellate di CO2 equivalenti, in pratica quanto Francia, Regno Unito e Germania messi insieme.

Un altro rapporto di Quantis “Measuring Fashion” uscito nel 2018, invece, ha calcolato che abbigliamento e calzature sono responsabili dell’8% delle emissioni globali. In questo caso, lo studio considera la produzione del 2016.

In particolare, l’industria dell’abbigliamento sarebbe responsabile del 6,7% delle emissioni globali, circa 3,3 mld di tonnellate di CO2eq, mentre quello dell’industria calzaturiera per l’1,4%, pari a 700 milioni di tonnellate  di gas climalteranti. Per dare un’idea del totale, si tratta di quanto emette l’intera Unione Europea.

5 consigli per ridurre le emissioni serra con scelte mirate di acquisto e utilizzo

E allora, visto che l’industria globale della moda, tranne qualche eccezione, sta facendo ancora poco per ridurre il suo impatto sul clima, cosa possiamo fare io e te per non essere complici del riscaldamento globale quando scegliamo abbigliamento o calzature?

Intanto, prima di acquistare possiamo escludere determinati brand. Basta consultare l’app Good On You e avere un giudizio immediato sulla condotta di un determinato marchio. Se vuoi saperne di più leggi Vuoi sapere se un marchio di moda è sostenibile? Prova l’app Good On You.

Ma ci sono altre 5 cose che possiamo fare per ridurre le emissioni serra dai nostri armadi. Si tratta di scelte molto semplici e, quasi sempre, a costo zero. Incominciamo:

  1. Ridurre gli acquisti. Comprare solo quando è davvero necessario e possibilmente di buona qualità. Evitare gli acquisti impulsivi;
  2. Ridurre i lavaggi.  Lavare solo quando è necessario. In questo modo si risparmia energia, oltre che acqua, e si riducono le emissioni serra (il 20% delle emissioni è dovuto proprio alla fase di utilizzo dell’abbigliamento);
  3. Indossare di più. Indossare il più possibile i capi di abbigliamento che già sono nell’armadio. Riparare o far riparare; 
  4. Comprare usato o vintage. Scegliendo di comprare abbigliamento usato o vintage il risparmio è enorme: ambientale, sociale e economico;
  5.  Noleggiare.  Se serve un capo di abbigliamento, scarpe o accessori, solo per una occasione speciale, si può valutare la possibilità di affittarlo oppure riadattare quello che è già nell’armadio.

Foto di: Cottombro studio

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