Immagina: sei al lavoro e commetti un errore. Capita, è umano. Ma se per quell’errore il tuo datore di lavoro ti riducesse il salario giornaliero di due terzi? Assurdo, vero? Eppure, è quello che succede in certe fabbriche cinesi che producono per il marchio ultra fast fashion Shein e chissà in quante altre.

Questo è solo una minima parte di quanto è stato scoperto grazie a un documentario di Zandland Films e trasmesso nel Regno Unito dall’emittente Channel 4.

Il documentario dal titolo Untold: Inside the Shein Machine è andato alla scoperta delle condizioni di lavoro del colosso mondiale dell’e-commerce dell’ultra fast fashion. Dell’abbigliamento e accessori che Shein vende a prezzi stracciati con una velocità di produzione che Zara, capostipite del fast fashion, nemmeno sogna di poter fare.

Infatti, Shein adotta un sistema tale per cui riesce a realizzare un articolo, dal disegno al confezionamento, in una settimana o anche meno (Zara ci impiega circa 3/4 settimane).

Ecco perché nel caso di Shein si parla di ultra fast fashion: più velocità nella la produzione e prezzi ancora più bassi.

Ora siccome l’ascesa di Shein dal 2020 ad oggi risulta inarrestabile, è bene vederci chiaro. Anche perché le informazioni reperibili sul sito ufficiale sono abbastanza scarne e tutte rosa e fiori.

Così, visti i prezzi irrisori di Shein (per una gonna puoi spendere 5 euro o anche meno) è bene indagare sulle condizioni di lavoro delle persone che cuciono per il gigante cinese dell’e-commerce del fashion.

Tanto più che dietro ai prezzi di vendita stracciati si nasconde quasi sempre lo sfruttamento del lavoro.

Non è la prima volta che Shein è sotto accusa. Appena un anno fa è uscita un’altra inchiesta di Public Eye e diciamo che quella trasmessa su Channel 4 è la seconda puntata, forse un pochino più scioccante della prima. Ecco che cosa è emerso.

Quanto guadagna chi cuce per Shein? 4 centesimi a pezzo

Nell’inchiesta Untold: Inside the Shein Machine la reporter Iman Amrani ha documentato, sotto copertura, le condizioni di lavoro in due fabbriche che producono per Shein in Cina nella provincia di Guangzhou dove si trova il quartier generale del colosso cinese dell’ultra fast fashion e i principali fornitori.

Da dove iniziare? Ebbene è stato documentato che l’orario di lavoro può arrivare fino a 18 ore al giorno, non ci sono fine settimana liberi, tranne un giorno al mese. E la paga? È di 4 centesimi di euro per ogni articolo fatto. La giornalista ha anche scoperto che le donne si lavavano i capelli durante la pausa pranzo. Purtroppo, a causa dei turni lunghi e serrati non hanno nemmeno il tempo libero fuori dalla fabbrica per farsi uno shampoo.

Una curiosità: proprio in questi giorni Shein ha lanciato una nuova collezione in omaggio a Frida Kahlo in quanto simbolo dell’emancipazione femminile. Che dire? Lascio a te il commento.

Per rendere ancora l’idea dei turni massacranti ai quali è sottoposta la manodopera, la giornalista ha filmato un uomo che aveva iniziato a lavorare alle 8 del mattino per poi ritrovarlo ancora davanti alla sua macchina da cucire dopo la mezzanotte.

In un’altra fabbrica, invece, la manodopera riceve uno stipendio base di 4000 yuan al mese (circa 550 euro) per realizzare un minimo di 500 capi al giorno. Chi riesce a farne di più riceve circa 3 centesimi ad articolo. Cosa che in molti fanno per alzare lo stipendio e raggiungere il salario di sussistenza. Non solo, come se non bastasse, lo stipendio del primo mese di lavoro viene trattenuto dal datore.

In più, in entrambe le fabbriche se sbagli il salario giornaliero, già misero, viene decurtato di due terzi.

Il fenomeno delle “micro- influencer” di Shein

Nel documentario si indaga anche sull’utilizzo aggressivo di Shein dei social media, una strategia ben congegnata e a basso costo per incentivare l’acquisto continuo. Così, nell’inchiesta la reporter incontra  le “micro-influencer” di TikTok, giovanissime con un pubblico di piccole e medie dimensioni, ma che per il sistema messo in piedi da Shein sono cruciali.

Come osserva The Gurdian i creatori di contenuti più famosi, quelli con un numero di follower che arriva a sei o sette cifre, richiedono commissioni elevate per i video promozionali, invece chi ha un pubblico più ristretto è ben felice di essere pagato con abiti gratuiti che per Shein costano pochi centesimi.

In più, i loro consigli risultano più affidabili perché in apparenza più spontanei. Infatti, è proprio alle giovani generazioni che si rivolge Shein, offrendo articoli a basso costo e spesso copiati persino dai marchi del fast fashion. Sono i famosi dupe che sui social mettono a confronto, ad esempio, un capo di Zara con  uno di Shein. Sono identici, solo che quello del brand spagnolo di fast fashion costa di più.

Ma Shein copia anche da designer indipendenti. Tra gli intervistati di Untold: Inside the Shein Machine c’è Fern Davey, una designer di biancheria intima che cuce i suoi pezzi a mano utilizzando materiali sostenibili. Nel 2020, il marchio cinese Shein ha iniziato a vendere un completo di lingerie che sembrava identico a uno dei suoi modelli. A parte la qualità, la differenza era che i modelli di Davey costavano 75 euro, l’imitazione, invece, 4 euro. Shein ha dovuto rimuoverli.

La difesa di Shein sulle condizioni di sfruttamento del lavoro

La risposta di Shein non si è fatta attendere. Ci mancherebbe. «Siamo estremamente preoccupati per le affermazioni presentate da Channel 4, che violerebbero il Codice di condotta concordato da ogni fornitore Shein. Qualsiasi non conformità a questo codice viene gestita rapidamente e porremo fine alle partnership che non soddisfano i nostri standard».

«Abbiamo richiesto informazioni specifiche a Channel 4 per poter indagare. Gli standard Shein’s Responsible Sourcing (SRS) vincolano i nostri fornitori a un codice di condotta basato sulle convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro e sulle leggi e normative locali, comprese le pratiche e le condizioni di lavoro».

Peccato che simili violazioni dell’inchiesta di Channel 4 siano state riscontrate nemmeno un anno fa da una indagine di Public Eye.

Lavorare duramente per Shein: l’indagine di un anno fa

Come ti dicevo, nemmeno un anno fa è uscita un’altra indagine di Public Eye, organizzazione indipendente svizzera impegnata a fare luce sulle attività poco trasparenti. L’obiettivo dell’indagine, dal titolo Toiling away for Shein, era sapere chi stava pagando il prezzo della moda ultra veloce ed economica di Shein. Così, ha incaricato investigatori cinesi locali che, sotto copertura, hanno individuato 17 fabbriche della megalopoli cinese Guangzhou, dove si trovano la sede centrale di Shein e i suoi principali fornitori. Insomma, siamo nella zona dell’inchiesta di Channel 4.

Cosa hanno scoperto? Tanti laboratori informali, senza uscite di emergenza e con le finestre sbarrate. Insomma, in caso di incendio le condizioni di sicurezza avrebbero conseguenze fatali.

In questi laboratori è emerso che la manodopera viene pagata a pezzo, non ha un contratto di lavoro, quindi nessuna tutela e né tanto meno contributi previdenziali. In genere, la manodopera proviene dalle province più povere del Paese dove i salari sono molto più bassi. I lavoratori, uomini e donne, si trasferiscono per un periodo limitato cercando di guadagnare più denaro possibile.

Ma anche nelle fabbriche con oltre 100 dipendenti spesso si lavora senza contratto, mentre in altri casi è previsto almeno un salario minimo.

Dall’inchiesta è emerso che lavorare per il colosso cinese è possibile guadagnare più di 5410 yuan al mese (763 euro). Sarebbe una bella notizia, visto che si tratta di una cifra  che corrisponde al salario di sussistenza calcolato dall’Asia Floor Wage Alliance. 

Ma questa cifra è fuorviante, perché per raggiungerla è necessario fare due lavori in uno e lavorare fino a tredici ore al giorno. Significa fare più di 75 ore alla settimana, lavorare sette giorni su sette, senza bonus per gli straordinari. 

Toiling away for shein © Panos Pictures / Public Eye

Condizioni simili  sono state riscontrate nell’enorme centro logistico di Shein, a un’ora da Guangzhou, che impiega più di 10.000 persone. Il sito è operativo 24 ore su 24, 7 giorni su 7. Per stare al passo con questo ritmo, i lavoratori generalmente devono lavorare 12 ore al giorno, da 24 a 28 giorni al mese. 

Tutto questo va contro il codice di condotta che Shein si è dato nei rapporti con i suoi fornitori e che fa riferimento a un “orario di lavoro ragionevole” . Ma è anche contro la legge cinese.

Secondo il diritto del lavoro cinese, una settimana di lavoro non può superare le 40 ore, con un massimo di 36 ore di straordinario per mese e almeno un giorno libero a settimana.  

Toiling away for shein © Panos Pictures / Public Eye

Le violazioni riscontrate da Shein nella sua catena di fornitura

Sul sito del Gruppo Shein qualche minima, fugace informazione sulla sua catena di fornitura c’è. Intanto è interessante leggere il suo Report sulla sostenibilità e impatto sociale. Nel report Shein dichiara 6.000 fornitori e di svolgere audit, anche di terze parti. Nel 2021 sono state fatti 700 audit su 6.000 fornitori (un po’ pochi) e i problemi non sono mancati.

In particolare, guarda caso, sulla sicurezza e sistemi anti-incendio è stato riscontrato il 27% delle violazioni, mentre riguardo all’orario di lavoro le violazioni sono state del 14%. In pratica, nel primo caso sono 189 fabbriche fuori regola e nel secondo 98.  Comunque, un bel numero.

Cosa fa Shein in questi casi? Dipende dal livello della violazione: se è grave richiede al fornitore di adeguarsi immediatamente e in altri casi concede un lasso di tempo. In tutti i casi se il fornitore non pone rimedio interrompe i rapporti commerciali.

Chi sono i proprietari di Shein e quando nasce

Non è semplice ricostruire la storia di questo gigante di e-commerce dell’ultra fast fashion. Quindi mi affido a quanto pubblicato da KrASIA, Forbes e Public Eye.

L’antenato di Shein è la società Nanjing Dianwei Information Technology Co. Ltd  costituita nel 2008 nella città di Nanchino, nella Cina orientale. A fondarla tre uomini tra cui Xu Yangtian, conosciuto anche come Chris Xu, specializzato in ottimizzazione dei motori di ricerca, e attuale amministratore delegato di Shein.

All’epoca l’azienda vendeva principalmente abiti da sposa, ma nel 2012 Xu Yangtian decide di fare da solo, distribuendo articoli di moda femminile con il nome Sheinside.com che nel 2015 diventa Shein.

La sua missione, come si legge nel sito ufficiale, è quella di rendere la bellezza della moda accessibile a tutti. Il brand punta tutto sul digitale. Niente negozi, ma solo vendita diretta tramite e-commerce, pubblicità affidata ai social e influencer, ampio uso di strumenti on line per identificare le tendenze, fornitori collegati al software sviluppato da Shein per automatizzare gli ordini e reagire rapidamente alle tendenze.

E ora veniamo alla proprietà. Guangzhou Xiyin International Import & Export è la sede centrate di Shein. Si trova nel sud della Cina, nel distretto di Panyu nella metropoli di Guangzhou, vicino alla maggior parte dei fornitori. 

La sede appartiene a Zoetop Business di Hong Kong. Questa società gestisce anche i diritti sui marchi del Gruppo Shein e le attività di e-commerce.  A sua volta Zoetop è di proprietà di Beauty of Fashion Investment nelle Isole Vergini Britanniche, un territorio rinomato per l’opacità del suo centro finanziario.

Beauty of Fashion possiede anche Roadget Business, una società del gruppo Shein fondata alla fine del 2019 a Singapore per gestire i diritti sui marchi di Shein e, più recentemente, l’attività di e-commerce nell’Ue.

L’articolata e opaca struttura societaria di shein. Fonte: public eye

Oggi Shein vende in oltre 150 Paesi e ha un valore stimato in 100 miliardi di dollari, più del Gruppo Inditex (proprietario di Zara) e H&M messe insieme.

L’ultima trovata di Shein: la rivendita di abbigliamento usato

Proprio in questi giorni, Shein ha lanciato il programma di rivendita Shein Exchange per permettere di acquistare e vendere abbigliamento usato a marchio Shein.

L’iniziativa, come spiegato in una nota, nasce dalla volontà di soddisfare l’esigenza emersa dalle community social fan di Shein di poter vendere e comprare l’usato del marchio senza intermediazioni né commissioni.

Ma questa operazione fa parte di un programma più ampio di Shein nell’affrontare «i problemi dei rifiuti tessili e costruire un futuro della moda più circolare». Operazione lodevole, ma nella nota ufficiale non c’è alcun riferimento alla riduzione della produzione di abbigliamento nuovo di zecca.

Considera che Shein è capace di mettere in vendita dai 2000 ai 10000 nuovi articoli al giorno. Ecco, intanto dovrebbe ridurre l’impatto della sua produzione (nella stragrande maggioranza fatta di tessuti sintetici, con in testa il poliestere), producendo decisamente di meno.

Operazione greenwashing? Ne ha tutta l’aria. Ad ogni modo Shein Exchange è disponibile solo negli Stati Uniti ed è integrata già nell’App di Shein.

Infine, Shein se vuole davvero dare un contributo alla moda circolare e ridurre l’impatto dei rifiuti tessili, dovrebbe adottare una strategia di marketing più equilibrata.

Ad esempio, potrebbe evitare di promuovere le vendite a prezzi scontatissimi e a tempo, oppure smettere di utilizzare le finestre pop-up con sconti su acquisti a partire da una determinata cifra, tanto per fare un paio esempi. Sull’utilizzo di questi “modelli oscuri” Shein ha il primato. Lo dimostra una recente inchiesta di Public Eye che ha esaminato 10 principali e-commerce del fashion.

Infine, se ti stai chiedendo: “Shein utilizza sostanze chimiche pericolose per fare i suoi prodotti”? La risposta è affermativa: La moda ultra veloce di Shein contiene sostanze pericolose oltre i limiti di legge stabiliti dall’Unione europea.

Ultimo aggiornamento: 24/11/2022

Tutte le foto pubblicate sono di: © Panos Pictures / Public Eye

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