Ci sono voluti anni, ma alla fine anche l’Italia ha messo al bando l’allevamento di animali per la produzione di pellicce. Cosa che è già in vigore in diversi Paesi europei. Una decisione che la Lav, Lega Anti Vivisezione, ha definito storica. E tale è.  

Così, dal 1° gennaio 2022 saranno vietati gli allevamenti di animali per produrre pellicce. Non saranno più sacrificati oltre 60 mila visoni all’anno e sarà rispettata la volontà del 91% degli italiani contrario alla produzione di pellicce animali. Inoltre, ormai, sono sempre di più i brand della moda che hanno deciso di eliminare la pelliccia animale dalle loro collezioni.

Il divieto è arrivato dalla Commissione Bilancio del Senato che ha approvato l’emendamento alla Legge di Bilancio 2022. 

Si tratta di un emendamento trasversale firmato in primis dalla senatrice Loredana De Petris.

Un provvedimento atteso considerato che 31 dicembre era in scadenza la sospensione degli allevamenti di visone prevista dal Ministro della Salute per prevenire la diffusione di Covid da e verso gli animali.

L’emendamento fa sua una proposta di Legge della Lav presentata già dal 2011 e rilanciata più volte anche nei Decreti governativi anti-Covid.

In Italia l’allevamento di animali per la produzione di pellicce è diminuito inesorabilmente: nel 1988 erano attivi 170 allevamenti con circa 500.000 animali; nel 2003 si sono ridotti a 50, con circa 200.000 animali; nel 2013 erano 12 con una produzione di 100-150.000 animali, mentre ad oggi se ne contano 5.

La specie allevata in Italia è il visone. L’allevamento di volpi per la produzione di pellicce non è più praticato dalla fine degli anni ‘80, mentre l’ultimo allevamento di cincillà ha chiuso nel 2012.

Dove sono gli allevamenti di visone da pelliccia

In Italia sono rimasti 5 allevamenti attivi con animali. Si trovano nelle province di Brescia, Cremona, Forlì-Cesena, Ravenna e L’Aquila. In totale detengono 7.230 visoni “riproduttori”. A questi se ne aggiungono altri 5 attivi ma senza animali nelle province di Bergamo, Cremona, Brescia e Padova.

Il primo focolaio di coronavirus in Italia è avvenuto ad agosto 2020 nell’allevamento di Capralba (Cr) risolto con l’uccisione di  26.200 visoni. Altro focolaio a gennaio 2021 a Villa del Conte (Pd) con il conseguente abbattimento di 3.000 visoni riproduttori. Una strage!

Le tappe del divieto e aziende riconvertite

Le aziende di allevamento di visoni da pelliccia riceveranno degli indennizzi e potranno essere riconvertite. Queste le tappe previste dalla norma.

Divieto – Dal 1° gennaio 2022 è vietato allevare, fare riprodurre in cattività, detenere, catturare o uccidere animali, di qualsiasi specie (non solo visoni), per il principale scopo di ricavarne pellicce.

Smantellamento – Entro il 30 giugno 2022 i 5 allevamenti che attualmente detengono visoni e altre 5 strutture senza animali, dovranno essere smantellate.

Indennizzi – Previsti risarcimenti statali fino a un massimo di 3 milioni di euro per la chiusura e smantellamento di ciascun allevamento. Inoltre, 3 milioni di euro complessivi per la loro riconversione in impianti agrivoltaici per la produzione di energia pulita.

Destinazione degli animali – Il Ministero della Transizione Ecologica e dei Ministeri di Agricoltura e Salute, entro il 31 gennaio 2022 dovranno emanare un decreto sulla destinazione degli oltre 7.000 visoni rimasti. Quindi stabilire regole e modalità per cessione, sterilizzazione e detenzione dei visoni in strutture preferibilmente gestite direttamente o in collaborazione con associazioni animaliste riconosciute.

Il divieto di allevamento di animali da pelliccia in Europa 

L’allevamento di animali per produrre pellicce è già stato vietato da numerosi Paesi in Europa. Alle motivazioni etiche e del benessere animale, si sono aggiunte le misure anti-Covid per evitare ulteriore diffusione del coronavirus SarsCoV-2 e nuove varianti.

Tra divieti vigenti o già approvati, ecco chi ha messo al bando gli allevamenti di animali “da pelliccia”: Regno Unito (dal 2000), Svizzera (2000), Austria (2004), Slovenia (2013), Repubblica di Macedonia (2014), Croazia (2017), Lussemburgo (2018), Repubblica Ceca (2019), Serbia (2019), Germania (2022), Belgio (2023), Irlanda (2022), Norvegia (2025), Estonia (2026), Francia (2026), Bosnia ed Herzegovina (2029).

Durante l’epidemia di coronavirus l’Olanda ha anticipato a gennaio 2021 il divieto precedentemente fissato al 2024; la Svezia ha sospeso l’allevamento di visoni per tutto il 2021, la Danimarca ha esteso la proroga a tutto il 2022.  L’Ungheria, che non ha mai avuto allevamenti di visoni, ha disposto il divieto di importazione come misura preventiva contro la possibile delocalizzazione di allevamenti da altri paesi.

Animal free fashion: i marchi che non utilizzano pelliccia animale

Animal Free Fashion è il progetto Lav che promuove una moda etica, sostenibile, rispettosa di tutti gli animali. Le aziende di moda sono guidate in un percorso di graduale eliminazione dei materiali animali dalle loro collezioni.

La Lav valorizza il loro impegno con il proprio rating etico: da V a VVV+.  La certificazione riguarda non solo animali “da pelliccia”, ma anche animali utilizzati come risorse di “piume”, “pelle”, “seta” e “lana”. 

Hanno detto no alla pelliccia di animale aziende di moda come Armani, Gucci, Prada e retailer del calibro di Ynap Group.

Recentemente, il Gruppo Kering (holding francese proprietaria di marchi come Gucci, Saint Laurent, Bottega Veneta, Balenciaga, Alexander McQueen, Brioni e altri) ha annunciato  la decisione di smettere di usare pellicce animali. A partire dalle collezioni autunno 2022, nessuna delle Maison del Gruppo utilizzerà pelliccia animale. A questa lista si aggiunge anche Valentino che rinuncerà all’uso di pellicce animali nel 2022.

In questo percorso sono impegnate tante altre aziende, non solo del lusso. Ci sono i colossi del  fast fashion, come Zara e H&M.

Per conoscere tutti i brand Animal Free fashion basta consultare animalfree.info/marchi della Lav.

Altro database utile, ma limitato all’uso della pelliccia animale, è quello messo a punto da Fur Free Retailer. Si tratta di un programma mondiale al quale hanno aderito 1.572 aziende di moda. Per conoscerle questo è il link: furfreeretailer.com . Fur free significa non vendere o promuovere prodotti che contengano pelliccia di animali allevati principalmente per la produzione di pellicce.

Foto: unsplash.com/@charissek

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