Quanti e quali brand della moda stanno affrontando il cambiamento climatico con misure concrete e ambiziose? Secondo l’analisi Fossil-Free Fashion di Stand.earth, organizzazione internazionale per la difesa dell’ambiente, le principali imprese della moda non stanno facendo abbastanza per tagliare le emissioni di gas serra lungo l’intera catena di produzione. 

Eppure, il settore moda ha un enorme impatto sulle emissioni di carbonio responsabili del riscaldamento globale. Per rendere l’idea, nel 2018 l’industria della moda ha immesso nell’atmosfera lo stesso quantitativo di gas serra di Germania, Francia e Regno Unito messi insieme (report  Fashion on climate  di McKinsey).

D’altra parte stiamo parlando del terzo settore manifatturiero a livello mondiale, che impiega oltre 300 milioni di persone e ha un fatturato di 1.3 trilioni di dollari.

Per tutte queste ragioni, e per altre ancora, la moda è sul banco degli imputati per la sua latitanza a prendere misure efficaci, basate su criteri scientifici, contro la crisi climatica.

Il problema è che i tempi sono sempre più stretti. Infatti, per contenere l’aumento della temperatura globale entro 1,5 °C, limite previsto dall’Accordo di Parigi sul clima delle Nazioni Unite, entro il 2030 bisognerà dimezzare le emissioni di CO2 (anidride carbonica) e gas serra equivalenti, per arrivare a zero emissioni nel 2050. Per riuscire in questa impresa è necessario, innanzitutto, abbandonare la dipendenza dai combustibili fossili (carbone e gas), sostituendoli con le energie rinnovabili.

“Se le aziende di moda vogliono davvero risolvere la crisi climatica, devono eliminare gradualmente l’energia del carbone dalle loro catene di approvvigionamento e dire addio ai tessuti derivati dai combustibili fossili come il poliestere”, sottolinea Muhannad Malas, Senior Climate Campaigner di Stand.earth”.

La classifica dei marchi più virtuosi con obiettivi ambiziosi

Quali sono i marchi che si stanno avviando a una “decarbonizzazione” della moda? Stand.earth ha valutato  47 marchi leader mondiali del settore moda e abbigliamento sportivo.

In particolare, la valutazione è stata fatta su 5 aree:  impegni per il clima e trasparenza; produzione rinnovabile ed efficiente dal punto di vista energetico; promozione delle energie rinnovabili; materiali a basso tenore di carbonio; spedizioni ecologiche. 

Tra le prime 10 aziende che hanno ottenuto i risultati migliori in tutte le aree, nessuna ha ricevuto un punteggio superiore a B-.

La top 10 è costituita da Mammut, Asics, Nike, PUMA, VF Corp, adidas, Arc’teryx, Patagonia, Levi’s e H&M.

I risultati mostrano che i marchi di abbigliamento sportivo sono in testa alla classifica, con Mammut (B-) al primo posto, seguito da Nike (C+) e un pareggio tra Asics (C), PUMA (C), Levi’s (C) e VF Corp. (C).

Al contrario, il marchio Lululemon (D-) è stato bocciato “per non aver intrapreso alcuna azione significativa per sbarazzarsi del carbone e utilizzare energia rinnovabile nel ciclo produttivo”. 

Altri marchi di abbigliamento sportivo che hanno ricevuto voti bassi sono Columbia (D-), Gap (Athleta) (D), New Balance (D) e Under Armour (F).

Nel fast fashion, bocciatura per Zara (D) per due ragioni in particolare:  dipendenza di tessuti derivati da combustibili fossili e scarsi progressi nella decarbonizzazione della sua produzione. 

Se vuoi consultare tutta la classifica con le schede dettagliate clicca qui.

Perché Mammut è in cima alla classifica dei brand contro la crisi climatica

Tra i punti di forza del brand svizzero di abbigliamento outdoor, c’è una ambiziosa riduzione delle emissioni di gas serra al 2030 e il passaggio a un modello di spedizione ecologico.

Infatti, Mammut si è impegnato a ridurre del 70-80% le emissione assolute di gas serra nelle strutture di proprietà o gestite (come sedi e negozi). L’impegno più sostanzioso però riguarda la riduzione del 55% delle emissioni nella catena di fornitura e il passaggio al 100% di energia rinnovabile. Riguardo alla spedizione Mammut si è impegnato a spedire merci su navi da carico a emissioni zero entro il 2030.

In sostanza, visto che circa il 95% dell’inquinamento climatico dell’industria della moda è nascosto nelle lunghe, complesse e spesso oscure catene di approvvigionamento, l’impegno di Mammut è significativo.

Non solo, l’attenzione del brand svizzero alle riduzioni assolute delle emissioni serra stabilisce un nuovo standard per l’industria della moda, battendo aziende come Kering, LVMH, Arc’teryx e The North Face. Alcune di queste aziende, infatti, hanno assunto impegni simili per ridurre le emissioni della catena di approvvigionamento. Con una distinzione di non poco conto: si tratta di impegni in gran parte focalizzati su riduzioni di intensità e non  assolute.

Che differenza c’è? “Gli esperti del clima – specifica Stand.earth – definiscono fuorviante l’attenzione alle riduzioni di intensità, perché le aziende riducono l’inquinamento solo per unità di abbigliamento, ma se la produzione complessiva aumenta, le emissioni potrebbero ancora crescere”.

Oltre a Mammut, altre due marchi si sono impegnati a ridurre le emissioni assolute lungo la catena di approvvigionamento del 55% o più entro il 2030: sono Asics e REI.

Il settore moda verso la COP26

Negli ultimi anni molti marchi di moda si sono impegnati ad adottare misure per ridurre le emissioni climatiche. Ad oggi 125 marchi  e 47 organizzazioni, impegnate nel settore moda, hanno siglato la Carta per l’Azione Climatica dell’Industria della Moda. La Carta è stata lanciata a dicembre 2018 in occasione della Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP24).

L’obiettivo della Carta è quello di guidare l’industria della moda verso l’azzeramento delle emissioni entro il 2050. Il primo passo, però, è ridurre del 30% le emissioni serra entro il 2030 generate nell’intera catena di produzione. E’ un buon inizio, ma dagli impegni bisogna passare ai fatti.

Intanto, c’è attesa per la prossima Conferenza delle Nazioni Unite sui Cambiamenti Climatici (COP26), che si terrà a Glasgow dal 31 ottobre al 12 novembre 2021. Sarà l’occasione, probabilmente l’ultima, in cui i governi dovranno definire regole dettagliate per rendere operativo l’Accordo di Parigi sul clima, definire il meccanismo di monitoraggio e verifica degli impegni assunti da tutti i paesi, accelerare per una maggiore collaborazione e cooperazione tra governi, imprese e società civile.

Abbassare i consumi per abbassare le emissioni di gas serra in 5 mosse

Contro la crisi climatica ognuno ha un compito da svolgere. Come cittadini con le nostre scelte possiamo fare molto. Ad esempio, invertire la rotta di una crescente domanda di abbigliamento, incentivata dall’industria del fast fashion, di una moda economica basata sullo sfruttamento delle risorse e, molto spesso, anche della manodopera. Una moda che propone continuamene nuove collezioni, invitando agli acquisti, arrecando un impatto enorme sull’ambiente e sul clima.

Per abbassare la domanda e dare un forte messaggio al settore moda, specie quello del fast fashion, ecco 5 semplici consigli:

  1. compra meno compra meglio. Punta sulla qualità piuttosto che sulla quantità;
  2. prenditi cura del tuo guardaroba. Leggi le etichette per il corretto lavaggio. Aggiusta e ripara;
  3. se ancora non lo hai fatto, prova l’acquisto di abbigliamento di seconda mano (leggi qui tutti i vantaggi);
  4. dai spazio alla creatività: prima di disfarti di un capo, pensa a come puoi trasformarlo. Ad esempio da un paio di vecchi jeans puoi ricavare degli shorts oppure una gonna.
  5. rimetti in circolo i tuoi vestiti: se pensi di non metterli più, scambiali con i tuoi amici e parenti, donali, mettili in vendita.

Con queste 5 mosse possiamo fare la differenza. Meno produzione, meno emissioni di gas serra e meno inquinamento. Io lo sto facendo.

Photo by Ron Lach from Pexels

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