Chi cuce i tuoi vestiti riceve un salario dignitoso? Bella domanda!
E come è possibile saperlo? Un modo c’è.
Puoi consultare i dati aggiornati di Fashion Checker, la piattaforma messa a punto da Clean Clothes Campaign (Campagna Abiti Puliti), rete globale impegnata nel miglioramento delle condizioni di lavoro nelle industrie globali dell’abbigliamento, incluso quello sportivo.

Cos’è il Fashion Checker e cosa misura

Il Fashion Cheker è una piattaforma che contiene informazioni sui principali brand dell’industria globale dell’abbigliamento e delle calzature, tra i quali Primark , Bestseller, H&M, Zara, Geox, Nike, Adidas. Ma anche marchi del lusso, come Gucci, Valentino, Fendi. Insomma, c’è una nutrita rappresentanza dei marchi più noti dal fast fashion all’alta moda.

Basta filtrare il brand per nome o nazionalità e puoi scoprire quali informazioni danno sulla loro  filiera di produzione. In sintesi troverai:

  1. il punteggio sulla trasparenza;
  2. il punteggio sul salario vivibile;
  3. la strategia per un salario dignitoso;
  4. l’impegno pubblico per un salario vivibile;
  5. lo scorporo del costo del lavoro dai costi di produzione nelle negoziazioni con i fornitori.

Puoi anche sapere il fatturato, il profitto, dove producono, con quali fornitori, quanti lavoratori, la percentuale delle donne, il divario retributivo di genere.

Lo scopo della piattaforma è dare più informazioni possibili a consumatori, lavoratori e attivisti sulle reali condizioni di lavoro delle catene di fornitura dei più grandi marchi di moda.

Si tratta di informazioni essenziali visto che da tempo, ormai, la stragrande maggioranza dei marchi di moda produce nei paesi dove la manodopera ha pochi o zero diritti. Per questo Clean Clothes Campaign (CCC) si batte per un un salario di sussistenza, vivibile, quindi dignitoso.

In pratica, tutto si gioca su una parola: trasparenza. Se i brand della moda rendessero pubbliche almeno le informazioni di base (nome e indirizzo dei fornitori, cosa producono in una determinata fabbrica, quanti lavoratori impiega) allora sarebbe possibile sapere come e in quali condizioni abiti e scarpe vengono prodotti.

Cosa dicono i dati di Fashion Checker

I dati aggiornati di Fashion Checker, raccolti in collaborazione con Fashion Revolution, dicono che un numero troppo elevato di marchi sta ancora facendo niente o molto poco sulla trasparenza. Tanto che in 159 (il 60% ) hanno ricevuto 1 o 2 stelle.

Questo significa non rispettare il Transparecy Pledge,  cioè uno standard minimo che le aziende della moda dovrebbero adottare nella pubblicazione delle informazioni sui propri fornitori.

Così, solo 46 marchi su 264 (17%) ha avuto 5 stelle sulla trasparenza. Vuol dire che danno informazioni aggiuntive e fondamentali sulla loro catena di fornitura, ad esempio se esiste la presenza di un sindacato oppure no.

Immagine tratta dal sito Fashion Checker su alcuni dei marchi italiani

Riguardo, invece, al salario di sussistenza? Ebbene, solo 5 marchi, tra quelli analizzati, ha dichiarato di corrispondere un salario dignitoso almeno ad alcuni dei lavoratori della filiera.

Cos’è il salario di sussistenza e perché è necessario

Il salario di sussistenza è riconosciuto dalle Nazioni Unite come un diritto umano. E’ un salario sufficiente a permettere a un lavoratore e la sua famiglia un tenore di vita dignitoso. 

Dovrebbe essere guadagnato in una settimana lavorativa standard di non più di 48 ore e deve essere sufficiente a pagare cibo, acqua, alloggio, istruzione, assistenza sanitaria, trasporti, vestiti e a far fronte agli eventi imprevisti. Tutto questo non è possibile con un salario minimo legale se non elevato a quello di sussistenza.

In più, secondo una ricerca di CCC del 2019, in molti paesi il salario minimo è molto inferiore a quello vivibile. In Asia, il salario minimo può variare dal 21% (Bangladesh) a circa il 46% (Cina) rispetto al salario vivibile. Nei paesi di produzione europei, ci sono talvolta divari ancora maggiori, dal 10% (Georgia) al 40% in Ungheria.

Secondo i Principi Guida delle Nazioni Unite su imprese e diritti umani le imprese, tutte, insieme ai governi sono corresponsabili nel garantire il diritto umano ad un salario dignitoso. Ecco perché anche le imprese della moda sono parte in causa.

Dal lavoro delle donne i profitti dell’industria della moda

Si stima che i profitti dell’industria globale della moda siano alimentati da 60 milioni di lavoratori e l’80% sono donne. Lavoratrici che ricevono un salario di povertà e che non hanno nessun potere di far valere i loro diritti. Inoltre, manco a dirlo, rispetto al salario degli uomini ricevono una retribuzione inferiore.

A pagare la manodopera sono i fornitori dei brand che, però, per ottenere il loro guadagno e per aggiudicarsi l’appalto, abbassano i salari oltre che imporre orari di lavoro massacranti. In più, non c’è controllo sui subappalti che impiegano lavoro informale.

Laddove, poi, esiste il salario minimo legale questo non si avvicina lontanamente a quello di sussistenza. Oltretutto, nei Paesi in cui è riconosciuto, gli stessi Governi lo mantengono basso per favorire le produzioni dei brand e trattenere in loco gli ordini.

La pandemia non ha fatto altro che aggravare la situazione. A causa dei salari di povertà le donne non sono riuscite ad avere un minimo di risparmi.

Non solo, secondo le stime di CCC, a causa di salari non pagati, di indennità di licenziamento non corrisposte, il credito dei lavoratori e delle lavoratrici del tessile è arrivato a 10 miliardi di euro da marzo 2020 a marzo 2021.

Eppure questi lavoratori hanno permesso di fare profitti miliardari. Il sostegno economico necessario per sopravvivere alla pandemia e rafforzare gli ammortizzatori sociali costerebbe solo 10 centesimi di dollaro a maglietta.

Per questo CCC ha lanciato la petizione per #payyourworkers. Per saperne di più e aderire, basta collegarsi. 

Photo by Rio Lecatompessy on Unsplash

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