L’abbigliamento di seconda mano non è mai stato tanto di attualità. Sarà solo un fuoco di paglia? Oppure c’è qualcosa di più? Se non hai mai acquistato un abito o accessorio di seconda mano, molto probabilmente prima o poi lo farai e per più di una ragione. Se, invece, vestire second-hand è già nelle tue corde, allora avrai maggiore soddisfazione. Infatti, oltre alla convenienza economica, c’è un risparmio ancora più grande e a beneficio di tutti, quello ambientale.

Intanto, è entrata nel vivo la campagna second-hand September lanciata dall’organizzazione benefica Oxfam. L’invito è quello di non comprare abbigliamento nuovo per un mese e più, acquistando piuttosto capi usati.

L’iniziativa, nata nel 2019, vuole sensibilizzare l’opinione pubblica sull’impatto ambientale e sociale dell’industria della moda. Soprattutto del fast fashion (o moda veloce) capace di produrre fino a 52 collezioni all’anno, dandoti così la sensazione che quello che hai comprato poco tempo prima è già vecchio.

La campagna di Oxfam segue quella dell’organizzazione no profit Remake che ha chiesto di non comprare abbigliamento nuovo per tre mesi, da giugno a settembre.

Perché acquistare moda second-hand?

Allungare la vita dei capi, mantenendoli in circolazione il più possibile, grazie anche al mercato dell’usato, è uno dei capisaldi della moda e del vestire circolare.

Ma cos’è la moda circolare? Non è nulla di strano. È figlia dell’economia circolare. È l’opposto dell’attuale economia lineare. Dove, in pratica, un prodotto viene creato per essere consumato e poi buttato via come rifiuto.

In quella circolare, invece, ogni prodotto è ideato e progettato per durare più a lungo possibile. Il che, ad esempio, permette di essere scambiato, rivenduto, condiviso, riparato. Non solo, il prodotto deve essere fatto con materiali riciclabili, utilizzabili per nuove produzioni, oppure per ritornare in natura se si tratta di materiali biodegradabili.  

Comprare abbigliamento second-hand significa scegliere una moda circolare e ambientalmente sostenibile. L’usato, infatti, non intacca il consumo di risorse necessarie per produrre nuovi articoli.

Qual è il risparmio ambientale dell’abbigliamento usato sul nuovo?

A fare i conti ci ha pensato thredUP, marketplace statunitense che gestisce 100mila capi usati al giorno, evitandone lo smaltimento in discarica. Nel suo 2021 resale report ha calcolato, tramite un ente terzo, il risparmio ambientale del mercato dell’abbigliamento second-hand.  

In particolare, in media, per ogni capo usato anziché nuovo è possibile ridurre di:

  • 6 volte le emissioni di anidride carbonica (CO2) e gas climalteranti equivalenti;
  • 8 volte i consumi di energia;
  • 65 volte il consumo di acqua.

Più in generale, estendendo la vita di un capo di soli 9 mesi puoi ridurre l’impatto ambientale del 20-30% .

Un risparmio enorme.

Come procede il mercato dell’abbigliamento usato?

Il mercato dell’abbigliamento di seconda mano è in continua crescita. Tanto che il report di thredUP stima al 2030 un giro di affari negli Stati Uniti doppio rispetto al fast fashion: 84 miliardi di dollari contro i 40 della moda veloce.

Quali sono le ragioni? La pandemia ha accelerato quello che stava avvenendo già da un po’ di tempo: un approccio diverso verso gli acquisti anche nella moda. Meno sprechi e maggiore attenzione agli aspetti ambientali  oltre che sociali, come lo sfruttamento della manodopera.

Qual è oggi l’impatto ambientale della moda?

Ecco alcuni dati sull’impatto ambientale dell’industria del fashion su clima, produzione di rifiuti, consumo e inquinamento dell’acqua.

Clima

L’industria della moda contribuisce in maniera significativa al cambiamento climatico. Le stime variano dal 3 al 10% delle emissioni globali di gas serra.

Secondo il report  Fashion on climate (McKinsey) nel 2018 l’industria della moda è stata responsabile del 4% delle emissioni globali. In pratica quanto la Francia, il Regno Unito e la Germania messi insieme.

Circa il 70% delle emissioni di gas serra proviene dalle fasi iniziali: la produzione della fibra, la preparazione e i processi di lavorazione del filato. Si tratta di operazioni che richiedono enormi quantità di energia. Non solo, come è spiegato in un altro report Measuring Fashion (Quantis, 2018),  poiché la produzione globale è concentrata in Asia, le emissioni in queste fasi sono dovute principalmente alla dipendenza da carbone e metano per generare elettricità e calore.

Ma c’è anche un’altra questione: i marchi di moda, specie del fast fashion, hanno aumentato la domanda di fibre di origine fossile, come il poliestere, il nylon e l’acrilico. La produzione di queste fibre sintetiche rappresenta dal 15 al 20% delle emissioni climatiche del settore della moda, scrive stand.earth nel report Fossil-Free Fashion Scorecard. Ecco perché è importante rallentare la produzione di nuovi capi ed evitare l’usa e getta. Infatti, secondo il report Fashion on climate , utilizzando i modelli di consumo e vendita della moda circolare, come acquistare indumenti usati, il noleggio degli abiti o le riparazioni, l’industria della moda taglierebbe 143 milioni di tonnellate di emissioni di gas serra al 2030.

Il ruolo dei consumatori, sottolinea il rapporto, è cruciale per ridurre l’impatto climatico, non solo nelle scelte di acquisto, ma anche nell’uso dei capi. Infatti, il 20% delle emissioni serra è dovuto proprio alla fase di utilizzo.

Allora cosa possiamo fare?

Ad esempio: intanto riducendo i lavaggi in lavatrice (specie quando non necessari),  abbassando la temperatura a 30° e asciugando il bucato più all’aria piuttosto che nell’asciugatrice, si taglierebbero ulteriori 186 milioni di tonnellate di gas serra. In più, si risparmierebbe sui nostri consumi di acqua e elettricità.

Cosa sta facendo l’industria della moda per ridurre l’impatto sul clima?

Oltre 100 tra i principali brand della moda, rivenditori, imprese manifatturiere, associazioni del tessile hanno siglato la Carta per l’Azione Climatica dell’Industria della Moda (Fashion Industry Charter for Climate Action). La Carta è stata lanciata a dicembre 2018 in occasione della conferenza mondiale delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP24). L’obiettivo è quello di guidare il settore moda verso l’azzeramento delle emissioni entro il 2050 in modo da mantenere l’aumento della temperatura media globale entro 1,5 °C a fine secolo in linea con l’Accordo di Parigi su clima. Il primo passo della Carta è ridurre del 30% le emissioni serra entro il 2030 generate dalle catene di produzione.

Rifiuti

Considera che tra il 2000 e il 2015, il numero di capi di abbigliamento prodotti ogni anno è più che raddoppiato, arrivando a circa 100 miliardi di unità. Allo stesso tempo, come dimostra il report A New Textiles Economy: Redesigning fashion’s future di Ellen MacArthur Foundation, il numero di volte in cui un capo viene indossato (il “tasso di utilizzo”) è diminuito di quasi il 40%. Il risultato è che ogni anno enormi volumi di vestiti, che potrebbero ancora essere indossati o riciclati, finiscono in discarica o negli inceneritori.

Ogni secondo l’equivalente di un camion della spazzatura carico di vestiti finisce in discarica o incenerito.

Non solo, a livello globale solo l’1% degli abiti viene riciclato per farne dei nuovi.

Contro tutto questo spreco, nell’ambito del pacchetto di direttive sull’economia circolare, l’Unione europea nel 2018 ha stabilito anche la direttiva sui rifiuti. Entro il 2025 i Paesi dell’Ue dovranno provvedere alla raccolta differenziata anche dei rifiuti tessili. L’Italia si  è portata avanti anticipando la data al 1° gennaio 2022.

Consumo di acqua

Come puoi immaginare, la produzione tessile ha bisogno di utilizzare molto acqua, senza contare l’impiego dei terreni adibiti alla coltivazione del cotone e di altre fibre.  

Per fabbricare una sola maglietta di cotone occorrano 2.700 litri di acqua dolce, un volume pari a quanto una persona dovrebbe bere in 2 anni e mezzo. Mentre ci vogliono 10.000 litri di acqua per produrre 1 kg di cotone necessario per produrre un paio di jeans.

Inquinamento idrico

Si stima che la produzione tessile sia responsabile di circa il 20% dell’inquinamento mondiale dell’acqua potabile a causa dei vari processi a cui i prodotti vanno incontro, come la tintura e la finitura. Senza contare che il lavaggio di capi sintetici rilascia ogni anno 0,5 milioni di tonnellate di microfibre nei mari.

Inoltre, il lavaggio di indumenti sintetici rappresenta il 35% del rilascio di microplastiche primarie nell’ambiente. Un unico carico di bucato di abbigliamento in poliestere può comportare il rilascio di 700mila fibre di microplastica che possono finire nella catena alimentare.

Denaro sprecato e denaro risparmiato

Scartare gli indumenti quando ancora possono essere indossati o avviati al riciclo significa perdere ogni anno oltre 500 miliardi di dollari a livello globale. E pensare che, secondo dati  thredUP,  in 10 anni i clienti dell’abbigliamento usato hanno risparmiato 380 miliardi di dollari.

Certo, le promozioni per fare nuovi acquisti, specie in questo mese con le novità autunno/inverno, sono all’ordine del giorno. Le sponsorizzazioni sui social non si contano. Ma vuoi mettere il risparmio economico e ambientale di non comprare nulla o di comprare usato? A te la scelta.

Photo by cottonbro from Pexels

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